Istanbul, nell’ostello dei ragazzi di Gezi Park

PUBBLICATO SU TRECCANI.IT, SEZIONE MAGAZINE, il 25 Giugno 2015.

“È una città slegata, dispersa, deforme,
che rappresenta piuttosto la sosta d’una razza pellegrinante,
che la potenza d’uno Stato immobile; un immenso abbozzo di metropoli;
un grande spettacolo piuttosto che una grande città”
Edmondo De Amicis, Costantinopoli, 1923

“Questo è il ventre caldo della città: qui c’erano Galata e Pera, zone franche dove nascevano idee e si cercavano alternative, non un posto per sultani. Qui c’è la nostra isola, il nostro rifugio del possibile” racconta Zehra, co-proprietaria del “Neverland Hostel”, occhi neri e profilo persiano tra i capelli raccolti in una treccia lunghissima. L’isola che non c’è si nasconde tra le stradine strette e ripide di Beyoglu, il quartiere più europeo e borghese di Istanbul: il Bosforo placido a sud, la Moschea Blu lontana, oltre il ponte. A due passi da Iskital Caddesi, lo stradone centrale che accoglie senza distinzioni turisti e turchi affaccendati tra centri commerciali, gelati, caffè in stile francese e chioschi che offrono fresche cozze al limone o succo di melograno.
Il “Neverland Hostel” è una comunità di artisti, ribelli, politici e turisti: tutti insieme ospitati in stanze doppie e camerate con letti a castello e prezzi accessibili, dai 5 euro in su a notte. L’ostello è il “braccio turistico” dei ragazzi di Gezi Park, del movimento che negli ultimi tre anni ha messo in discussione la politica conservatrice e islamista del premier turco Erdoǧan. Nel 2013 le rivolte si sono concentrate su Piazza Taksim, l’enorme slargo d’asfalto che ha divorato alberi e giardini, per poi approdare come voto di cambiamento alle ultime elezioni presidenziali. A giugno del 2015 l’HDP, partito curdo di sinistra, è entrato per la prima volta nel parlamento turco grazie al voto di migliaia di giovani e a prese di posizione radicali sul tema dei diritti civili e ambientali.

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Il Neverland Hostel è uno di quei piccoli angoli meticci che negli anni hanno giocato a scacchi con il potere, un po’ intellettuali un po’ ruffiani. Sabato nei locali a ballare, lunedì assemblea di quartiere. Qui si intrecciano i fili tra nuova società turca e popoli del Mediterraneo in subbuglio. Turisti italiani e francesi si confondono e domandano, alla ricerca dei segreti e dei protagonisti della “primavera turca”. Giovani arabi e nordafricani qui si riparano e rivestono, in fuga dai fantasmi delle rivolte fallite in Medio oriente e nord Africa

Sono tutti in attesa di una possibilità, di un permesso, un segnale: l’ennesimo fischio d’inizio.
Nato nel 2008, l’ostello fiorisce dal recupero di una fabbrica tessile nel pieno centro di Istanbul, grazie all’opera di un gruppo di donne e uomini: metropolitani con spirito europeo, islamici dai jeans a vita bassa, un mix di turismo, multiculturalità, arte e politica.
Murales visionari abbelliscono le pareti delle stanze e della grande cucina comune. Adesivi e poster di manifestazioni e forum ambientalisti rivestono le pareti della hall.

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Istanbul, Lungo il Bosforo, Ottobre 2013. Foto di Gabriele Simmini

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Caraffe di çay fumante, il tè sorseggiato in maniera ossessiva dai turchi in un piccolo bicchiere di vetro a forma di tulipano, sedie in legno duro color vermiglio e tappeti di musica elettronica che rincorrono armonie mediorientali. I dettagli come gli ospiti dell’ostello sono un concentrato di lingue e di passioni, un flusso di storie in cerca di un palcoscenico.
Osman, 28 anni e un pizzetto acuto a squadrare il viso… […]

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